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Le nazioni della birra
Pagine Gialle
della Birra |
La birra nell'età moderna: Sviluppo dell'industria
birraria in Italia
di Paolo
Del Vecchio
Chi
è Paolo Del Vecchio?
Dirigente
d’industria in pensione, ha svolto la sua attività lavorativa nel Food&Beverage,
ed ha esercitato per lungo tempo la sua professione nel settore birrario,
acquisendo una profonda conoscenza del prodotto. Appassionato studioso di
archeologia della birra, sempre alla ricerca di nuovi spunti e contenuti, è
stato uno dei primi venti docenti dell’Accademia della Birra. La sua
esperienza professionale lo ha comunque portato a conoscere in modo
approfondito anche altri prodotti, quali il caffè e soprattutto il vino
essendo stato dirigente del Coltiva – Consorzio Nazionale Vini. Tra le
attività svolte, anche quella di docente ai corsi di formazione sommelier
organizzati dall’Ais, sezione dell’Emilia Romagna.
Ha pubblicato:
-
il romanzo:
“Una sera d’inverno” Editore Baraldini
-
“Braghirolus Rex – la vera storia del
Lambrusco inventata dall’autore”
Editore “Il Fiorino” – sponsorizzato dal
Coltiva
-
“La vera storia dell’Aceto Balsamico – come
ci fu raccontata dallo stesso Braghirolus”
Editore Arian – sponsorizzato dal Consorzio
Nazionale Aceto Balsamico di Modena
-
“Storia della Birra dai Sumeri al Medio
Evo” Ampi stralci di questo
libro sono stati pubblicati sulla rivista mensile “Il Mondo della Birra”
in sei corpose puntate, dal marzo all’agosto 2010.
-
Ha ultimato
il romanzo “Verdi giorni di primavera” ed in fase conclusiva
“Sargon il Grande” vita romanzata del grande Re babilonese.
Per tutto il medioevo e
sino all'inizio dell'era moderna propriamente detta, in Italia si era prodotta birra esclusivamente con metodi artigianali, per il raro consumo dei pochi estimatori. Si
trattava di produzioni discontinue, legate a fattori strettamente temporanei e locali. La
birra veniva vissuta, dal grande pubblico, come una bevanda tipica delle genti del nord,
da sempre invasori dell'italico suolo e, come tali, da sempre nemici. Quella loro strana
bibita, che nulla aveva a che vedere con il più noto ed apprezzato vino, non poteva
quindi non essere guardata come minimo con sospetto. La birra si importava per lo più
dall'Austria, retaggio della dominazione borbonica che influenza soprattutto il nord, ed
era legata ad un uso elitario, mentre i consumi popolari confluivano essenzialmente sul
vino, anche per ovvi motivi di minor costo e di più facile reperimento.
Dobbiamo arrivare alla metà del secolo scorso perché finalmente anche
in Italia sorgano le prime vere e proprie fabbriche, organizzate con moderni criteri di
produzione industriale. Sono ovviamente opera, per lo più, di intraprendenti industriali
d'oltralpe, i quali vedono in Italia prospettive commerciali di sicuro interesse, (i vari
Wuhrer, Dreher, Paskowski, Metzger, Caratch, Von Wunster, ecc.) ai quali presto fanno
seguito anche commercianti italiani, soprattutto fabbricanti di ghiaccio che vedono nella
birra il naturale complemento della loro attività, che si esplicava esclusivamente in
estate.
In pochi lustri assistiamo ad un continuo frenetico fiorire di
fabbriche di ogni tipo e dimensione, sino ad arrivare, nel 1890, a ben 140 unità
produttive, per un totale di 161.000 hl, ai quali vanno sommate le importazioni che
raggiungono, in quell'anno, 50.738 hl, pari a circa il 25% del consumo nazionale.
Nel breve volgere di un ventennio, diminuiscono di nove unità il
numero delle fabbriche, ma molte di queste crescono di dimensione e capacità
imprenditoriale, in rapporto alla sempre maggiore espansione dei consumi, grazie anche al
più accessibile costo della bevanda che può così raggiungere le fasce popolari. La
produzione quadruplica e, nel 1910, arriva alla considerevole cifra di ben 598.315 hl.
Anche le importazioni salgono, seppure non nella stessa percentuale, toccando 85.934 hl,
pari al 13% del consumo nazionale.
Giungiamo così alla Grande Guerra, e, per tutto il periodo bellico,
cessa pressoché la produzione della bionda bevanda, essenzialmente per il fatto che la
maggior parte del malto occorrente per la fabbricazione doveva essere reperito all'estero,
essendo ancora insufficiente, oltre che di scarsa qualità, il malto di provenienza
nazionale.

Non birra, ma vino bevevano i baldi fanti italiani quando si lanciavano
all'assalto dell'austro-ungarico esercito, il quale, a sua volta, non vino, ma bionda
birra beveva! e le rispettive bevande entravano a far parte delle rispettive invettive!
Con il finire della guerra ed il ritorno alla normalità, assistiamo ad
una vera e propria esplosione di consumi, dovuta, chissà? anche alla maggior conoscenza e
divulgazione della birra, apprezzata, fra tanta morte e distruzione, proprio sui campi di
battaglia. Nel 1920 le fabbriche italiane sono soltanto 58, ma la produzione arriva alla
ragguardevole cifra di 1.157.024 hl, ai quali si aggiungono soltanto alcune centinaia di
ettolitri di birra importata. Crescono e si consolidano quelle aziende che, nel volgere di
alcuni decenni, diventeranno le grandi realtà industriali del settore, come la Wuhrer di
Brescia, la Dreher di Trieste, la Paskowski di Firenze e Roma, le Birrerie Meridionali di
Napoli di proprietà dalla famiglia Peroni, la Pedavena di Feltre, la Poretti di Iduno
Olona, la Moretti di Udine, la Wunster di Bergamo, alle quali fanno corollario una pletora
di medio-piccole birrerie, come la Menabrea di Biella, la Icnusa di Cagliari, la Cagnacci
di Ancona, la Birra d'Abruzzo di Castel di Sangro, la Dell'Orso & Sanvico di Perugia,
la S.Giusto di Macerata, la Ghione & Pogliani di Borgomanero, la Bosio & Caratsch
di Torino, la F.lli Di Giacomo di Livorno, la Brennero di Milano, la Raffo di Taranto, la
Forst di Merano, e poi ancora la Leone, la Sempione, la Cervisia, la Metzeger, ecc.
I consumi salgono ancora e, nel 1925, la produzione raggiunge 1.569.000
hl. Cresce anche l'importazione, fermandosi però a poco più di 30.000 hl. I consumi
pro-capite toccano i tre litri e mezzo - molto distanti dai consumi del vino che superano
invece i 150 litri - e fanno ben sperare per il futuro, vista la rapidità con la quale
aumentano di anno in anno.
A questo punto si scatena la reazione dei vinai che, di quel passo,
temono di dover affrontare a breve una crisi del loro settore. Riescono quindi a far
approvare dal Governo leggi protezionistiche a tutela dei loro interessi. Così, nel 1927,
viene varata la legge Marescalchi la quale, con l'apparente scopo di favorire
l'agricoltura, ma con la recondita speranza di peggiorare la qualità della birra, impone
ai birrai l'immissione di un 15% di riso. Le tecnologie dell'epoca non consentivano
infatti di sfruttare appieno tutte le caratteristiche positive del riso, e la qualità,
anche se in minima parte, ne risentiva. Contemporaneamente si inaspriscono le tasse con
l'aggiunta di una imposta straordinaria di ben 40 lire per hl. Ma non basta. La legge
prevedeva inoltre una apposita licenza di vendita di "bassa gradazione" e ne
limita lo smercio al dettaglio esclusivamente nei bar, trattorie e birrerie. I
"vini e oli", categoria di esercizi molto diffusa all'epoca, non possono vendere
al minuto, ma solo all'ingrosso a casse intere. A rincarare la dose, in molti Comuni il
"dazio" viene regolato con l'applicazione di fascette sul collo di ciascuna
bottiglia, con immaginabili intralci e perdite di tempo che fanno cadere l'interesse dei
commercianti verso il prodotto.
L'effetto è immediato, ed i consumi scendono vorticosamente, non tanto
per il livello qualitativo, che rimane comunque accettabile, quanto per l'inevitabile
levitazione dei prezzi che pongono il prodotto fuori della portata delle masse popolari.
Quindi nel 1930 la produzione crolla a 672.325 hl mentre l'importazione
rimane ancora attestata sui 30.000. I consumi pro-capite scendono a 1,64 litri annui, con
grande soddisfazione di chi aveva voluto quella miope legge. Molte fabbriche chiudono o
falliscono e le restanti 45 soffrono grandi difficoltà e sono costrette a licenziare il
personale per poter sopravvivere in qualche modo. Non resta loro altro da fare che
concentrare le produzioni. Attraverso una azione concordata fra i più lungimiranti ed
intraprendenti industriali, si procede alla ripartizione degli spazi di mercato,
rilevando, nel contempo, le aziende in crisi e riducendo ulteriormente il numero dei
centri di produzione che sono ora tutti in mano alle più grandi e più solide famiglie
birrarie.
Inevitabilmente, dopo un breve periodo di tregua, si scatena una feroce
concorrenza della quale approfittano i commercianti al dettaglio con richieste sempre più
esose di sconti, omaggi e premi, tanto che le birrerie si vedono costrette a consorziarsi
in un patto di rispetto - 1933 - che regola le comuni politiche di sconti e premi, e le
cose migliorano, se non altro perché smettono di dissanguarsi.
La ripresa dei consumi è comunque lentissima e, nel 1940, la
produzione arriva appena a 814.638 hl, mentre crolla l'importazione, tutelata da dazi
protettivi imposti dal Governo per dare un contentino ai birrai. Il pro-capite, anche per
effetto della crescita della popolazione, scende comunque a 1,60 litri annui.
Di nuovo la guerra, e la produzione rallenta progressivamente, fintanto
che tutte le fabbriche, negli ultimi anni del conflitto, sono costrette a fermarsi per
mancanza di materia prima. Cessate le ostilità, gli industriali del settore birrario si
leccano le ferite delle loro aziende, uscite dal periodo bellico più o meno danneggiate,
e riprendono faticosamente l'attività. Dobbiamo comunque arrivare al 1950 per risalire
alle quote produttive del 1925, raggiungendo 1.548.800 hl ai quali si aggiungono circa
15.000 hl di birra importata, ed il pro-capite arriva a 3,28 litri annui.
Sino al 1959 i consumi oscillano con alterne vicende, dovute
esclusivamente all'andamento climatico della stagione estiva, da 1.500.000 a 2.000.000 di
hl, con l'importazione che non supera il 2% dei consumi totali ed il pro-capite rimane
contenuto fra i 3 ed i 4 litri anno. Va detto comunque che sino a quegli anni la birra
veniva bevuta in un arco di tempo che andava da marzo a settembre; rientrava, nella
mentalità corrente, fra le comuni bevande dissetanti, come le bibite gassate, e come tale
veniva consumata esclusivamente al banco. Era addirittura opinione popolare che la
preparazione avvenisse con chissà quali misteriosi sciroppi, né più né meno come una
aranciata od una gassosa. Nei mesi invernali quindi le fabbriche chiudevano, dedicandosi a
lavori di manutenzione e riordino delle strutture.

Dal 1960 finalmente la birra accede nel canale alimentare, dal quale
può raggiungere facilmente le famiglie, e così, nel volgere di un decennio, la
produzione arriva a toccare i sei milioni di ettolitri, con un pro-capite che supera undici
litri e mezzo. Sino al 1975 la birra continua la sua avanzata trionfante sino ad arrivare
ad otto milioni di ettolitri di produzione, con oltre 570.000 hl di importazione, ed il
pro-capite si attesta intorno ai sedici litri. Finalmente i consumatori hanno compreso lo
spirito della bevanda, nobilitandola nella sua giusta dimensione, e tutti ormai sanno che
si ricava dal malto e che non ha nulla a che vedere con le bibite gassate. Gli industriali
tirano un sospiro di sollievo: euforicamente ottimisti, già fanno previsioni a lunga
scadenza ritenendo che, di quel passo, negli anni novanta sarà possibile superare i 40
litri, posizionandosi su soddisfacenti medie europee, e c'è già chi pensa a potenziare
le proprie strutture produttive.
Ma la congiuntura è alle porte, e quando scoppia virulenta nel 1975,
colpisce inevitabilmente anche il settore birrario nazionale, che perde un drammatico
19,5%, scendendo a 6.465.000 hl, tornando alle stesse quote di cinque anni prima, mentre,
stranamente, l'importazione cresce del 40%, arrivando a toccare i 652.000 hl.

Come se non bastasse, il Governo decide di aumentare del 50% l'imposta
di fabbricazione, con un consistente balzo in avanti dei prezzi al pubblico, la qual cosa,
in una economia di recessione, rallenta considerevolmente la ripresa, che sarà lenta e
faticosa, ed occorreranno altri cinque anno per risalire ai sedici litri di consumo
pro-capite.
Dagli anni ottanta in poi e sino ad oggi i consumi crescono
costantemente di anno in anno; di poco per volta, ma crescono sino ad arrivare ai 27 litri
del 1995. Cresce la produzione interna, ma cresce soprattutto l'importazione che passa dai
652.000 hl del 1975 ai 3.154.000 hl del 1994, mentre la produzione nazionale, nello stesso
anno, arriva a poco più di dodici milioni.

Le unita produttive sul territorio italiano sono attualmente 18, con
oltre 3.500 dipendenti, e fanno tutte parte, con esclusione della Forst ancora solidamente
in mano alla stessa famiglia, di grossi raggruppamenti internazionali.
Siamo comunque ben lungi dai consumi di birra delle altre nazioni
europee; con i nostri 27 litri siamo all'ultimo posto della scala, preceduti dalla Francia
(altro paese a forte vocazione vitivinicola!) con 39.3 litri, dalla Grecia con 42 litri e
dalla Spagna con 66.5 litri.
Ma il futuro fa ben sperare! Sempre nuovi consumatori si accostano ogni
giorno a questa splendida antichissima bevanda, in virtù delle sue caratteristiche di
freschezza, bevibilità e digeribilità, ma grazie soprattutto alla europeizzazione delle
aziende di produzione che ha fatto fare un grosso balzo in avanti alla qualità, offrendo
ai consumatori una straordinaria gamma di assortimento in grado di soddisfare i palati
più esigenti. |